“La resa delle ombre” di Chiara Rantini (Alcheringa Editore, 2018)

Non sentire quando l’altro ha fame,

non capire quando invece è sazio,

significa non saper amare.”

La pioggia. La mancanza. La scrittura come terapia. L’incontro con uno sconosciuto. Sono questi gli elementi cruciali dell’inizio di La resa delle ombre (Alcheringa Editore), titolo suggestivo di Chiara Rantini, già appassionata di letteratura e poesia, qui alla prova del romanzo. Il seguito si sviluppa attorno a un intreccio sentimentale fra due personaggi: Lena, giovane e insLa resa delle ombre - Rantiniicura, pittrice e donna in divenire, capace di andare in profondità coi suoi vissuti, cerca l’affetto che la famiglia le ha fatto mancare; Janis, musicista di talento, di qualche anno più grande di lei, enigmatico e inquieto, effimero, simbolo perfetto dell’alterità, le sfugge in continuazione. In questa relazione tormentata fatta di andate e ritorni si inserisce il fratello di Janis, Adrian, meno evanescente e instabile. Si instaura così un triangolo psicologico dove i confini si fanno labili e le certezze svaniscono; “Era una situazione razionalmente indefinibile: mi sentivo come un loro prolungamento, un tramite, un catalizzatore delle energie affettive che fluivano senza interruzione dall’uno all’altro fratello. Questa condizione mi spaventava e, allo stesso tempo, mi affascinava”, scrive l’autrice, sottolineando l’ambivalenza dei sentimenti che avvolge la protagonista. Lena entra dunque nel rapporto morboso tra i due fratelli, diventando indispensabile ago della bilancia. Janis del resto incarna il mistero, la ricerca ossessiva della solitudine (“Tutta la mia vita è un ripetersi costante di innumerevoli separazioni”, affermerà in un passaggio), e Adrian compare a equilibrare le sue assenze; Lena invece non fa altro che ripetere gli schemi difettosi della sua vita, quei circoli viziosi in cui tutti cadiamo, spesso senza nemmeno accorgercene. Ma per non cadere nel gorgo della follia, vittime di famiglie conflittuali, Janis e Lena si rifugiano entrambi nell’arte, che diventa qui una forma di compensazione oltre a una necessaria modalità espressiva. La lettura, con l’avanzare delle pagine, ci suggerisce poi un’importante domanda: riuscirà Janis a superare la sua paura d’amare e a vivere liberamente i suoi sentimenti?

L’ambientazione è quella di una città immaginaria dal nome Himmelort, ma soprattutto le vicende si svolgono nel folto della foresta. Ecco che allora l’odore del bosco, delle foglie dopo la pioggia, dell’aria umida, della resina si insinuano nelle narici e pare quasi di respirarli. La natura è un vero personaggio aggiunto, che assume un aspetto crepuscolare, come in un dipinto di Friedrich; l’atmosfera è onirica, sempre in bilico tra sogno e realtà. Intanto le note tintinnano sul pianoforte e i colori si addensano sulle tele. Quello di Chiara Rantini è dunque un romanzo molto aperto ai cinque sensi, un romanzo che sfugge alle definizioni e nel quale una scrittura dal sapore antico richiama i classici. Forse i dialoghi suonano come costruiti, non proprio verosimili, ma nel contesto di questa storia risultano contestualizzati. Un’opera di sicuro interesse, che invita alla riflessione su certi meccanismi psicologici, da ritenersi adatta a un pubblico che non ama le categorie, le etichette.

 

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